Un uomo di spalle davanti a un tribunale fatto di ingranaggi e orologi, con fogli di carta che volano sulla scalinata

Nordio ha ragione. Ma «demenziale» non basta: la giustizia non può divorare la vita dei cittadini

Il caso Garlasco ripropone una domanda che il Palazzo preferisce evitare: quanto vale il ragionevole dubbio quando in gioco c’è la libertà di una persona?

Carlo Nordio ha pronunciato una parola che disturberà i custodi del galateo giudiziario: «demenziale». Così il ministro della Giustizia, intervenendo alla Festa dell’Ottimismo del Foglio, ha definito il sistema processuale prendendo spunto dal caso Garlasco e dal percorso che ha portato Alberto Stasi da due assoluzioni alla condanna definitiva. Una critica al funzionamento della giustizia, accompagnata dalla precisazione di non voler giudicare i singoli processi.

Per noi di Giustizia Giusta, il punto sollevato dal ministro è sacrosanto. E merita parole persino più severe.

Perché dietro la formula “sistema processuale” non ci sono soltanto fascicoli, udienze e interpretazioni. Ci sono persone. Ci sono anni che nessuno restituisce, famiglie consumate dall’attesa, reputazioni distrutte. La macchina giudiziaria può discutere a lungo dei propri ingranaggi. Chi ci finisce dentro rischia di uscirne a pezzi.

Una precisazione va fatta, proprio perché il garantismo pretende rigore anche da chi denuncia: nell’appello bis di Stasi furono disposte nuove perizie e acquisiti ulteriori elementi. Non sarebbe quindi corretto descrivere quel passaggio come una semplice rilettura immutata delle carte. Ma questa precisazione non esaurisce la questione politica e civile posta da Nordio: quali garanzie effettive deve offrire un sistema quando una condanna arriva dopo due assoluzioni?

Il ragionevole dubbio non può essere una bella frase da esibire nei convegni e riporre nel cassetto quando diventa scomoda.

Due assoluzioni non rendono automaticamente impossibile una successiva condanna. Rendono però indispensabile spiegare, con un rigore massimo, perché le ragioni che avevano impedito di condannare siano state superate. La libertà personale esige questo livello di responsabilità. Non basta il prestigio dell’istituzione a colmare una lacuna della prova.

Qui si misura la distanza tra una giustizia al servizio del cittadino e una giustizia che pretende dal cittadino un atto di fede.

La prima espone le proprie ragioni al controllo. La seconda si irrita quando qualcuno domanda conto del suo operato. La prima riconosce che l’errore deve essere cercato e corretto. La seconda rischia di trattare ogni critica come un’offesa alla toga.

La toga non è un certificato d’infallibilità. E una sentenza non diventa immune dalla discussione perché pronunciata in nome del popolo italiano.

Anzi: proprio quel nome impone di rendere conto al popolo. Con le motivazioni, con le garanzie, con la disponibilità a verificare. L’autonomia della magistratura protegge il giudizio dalle pressioni del potere; non può diventare un riparo dalla responsabilità.

C’è poi il tribunale parallelo dello spettacolo. Quello in cui il sospetto diventa personaggio, l’indagato diventa colpevole e il dubbio viene liquidato come un fastidio. Un mercato della condanna anticipata nel quale la prudenza rende meno dell’indignazione.

La memoria di Chiara Poggi merita rispetto e un accertamento rigoroso. Non un tifo contrapposto. E le garanzie devono valere per tutti, anche quando il nome dell’imputato cambia: sarebbe un garantismo miserabile quello che difendesse una persona costruendo, senza prove sufficienti, il mostro successivo.

L’Associazione per la Giustizia e il Diritto Enzo Tortora APS porta un nome che impedisce ogni indulgenza verso il potere giudiziario quando sbaglia. Quel nome ci ricorda quanto possa essere devastante un’accusa e quanto poco basti, dopo, una formula di riabilitazione a ricostruire una vita.

Il cittadino non è materiale di consumo della macchina processuale.

Per questo sosteniamo la denuncia di Nordio. Ma chiediamo al ministro di darle seguito. La parola “demenziale” scuote; da sola, però, non cambia nulla. Servono interventi concreti sulle garanzie, sulla qualità degli accertamenti, sui tempi e sulle responsabilità. Servono controlli capaci di individuare gli errori e strumenti capaci di correggerli.

Il governo non può limitarsi a descrivere il malfunzionamento. La magistratura non può rispondere chiudendosi nel proprio prestigio. E la politica non può ricordarsi del garantismo soltanto quando un’inchiesta bussa alla porta di un amico.

Il dubbio non è un nemico da abbattere per arrivare alla condanna. È il limite che il potere deve rispettare prima di togliere la libertà.

Ministro Nordio, sulla denuncia siamo con lei. Adesso occorre trasformarla in iniziativa politica.

Perché un sistema che pretende rispetto deve prima dimostrare di rispettare le persone. E nessuna toga, nessuna corrente, nessuna ragion di Palazzo vale un solo giorno di carcere ingiusto.

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