Il mercato è libero. I popoli devono sloggiare
La casa trasformata in prodotto finanziario è il simbolo di una globalizzazione che pretende di comprare tutto: patrimonio, territori e futuro delle comunità.
«È il mercato». Con queste tre parole la politica si assolve, il potere economico si giustifica e il cittadino viene invitato a rassegnarsi. È il mercato quando chiude una fabbrica. È il mercato quando una famiglia non riesce più a pagare l’affitto. È il mercato quando un quartiere perde i suoi abitanti e diventa una vetrina per chi può permetterselo.
Una formula comoda. Soprattutto per chi incassa.
L’articolo di Ruggiero Capone su L’Opinione richiama l’attenzione sugli acquisti immobiliari dei grandi fondi internazionali e sul rischio che la concentrazione della proprietà metta sotto pressione residenti e piccoli proprietari. Le modalità coercitive prospettate dall’autore richiedono verifiche nei singoli casi. Il problema politico, però, merita di essere affrontato: quanto potere siamo disposti a consegnare a chi considera le nostre città soprattutto un investimento?
Per una famiglia la casa significa stabilità, autonomia, memoria. È il luogo in cui si cresce, si invecchia, si custodiscono gli oggetti dei genitori e si costruisce qualcosa da lasciare ai figli. Per un fondo è una voce di portafoglio: costo d’acquisto, rendimento, rivalutazione, uscita dall’investimento.
Questa differenza decide il destino dei territori.
Se a guidare le trasformazioni urbane è soltanto il rendimento, gli abitanti diventano una variabile da gestire. Chi può pagare resta. Gli altri si spostano. La bottega che serve il quartiere cede il posto all’attività più redditizia. I rapporti di vicinato si spezzano. Il centro conserva le facciate e perde la propria gente.
Poi arrivano i comunicati sulla “valorizzazione”.
Valorizzazione per chi? Per chi abitava quei luoghi o per chi li ha acquistati? Una città può aumentare di prezzo e impoverirsi di vita. Un quartiere può diventare più elegante e meno abitabile. La crescita del valore immobiliare non dimostra, da sola, un miglioramento della condizione dei cittadini.
Qui si scopre l’inganno del libero mercato elevato a religione. Si presenta come libertà universale ciò che, senza contrappesi, può diventare libertà del capitale di imporre le proprie condizioni. Formalmente il piccolo proprietario e il grande investitore sono due contraenti. Concretamente dispongono di risorse, tempi e capacità di resistenza enormemente diversi.
Chiamare “libera scelta” qualsiasi decisione presa sotto pressione economica significa ignorare quella differenza.
La globalizzazione finanziaria promette un mondo senza confini, ma la libertà di movimento è distribuita male. Il capitale può cambiare Paese. Una comunità non può trasferire altrove la propria storia. Chi investe può uscire dall’operazione; chi abita deve convivere con le conseguenze.
È questa asimmetria che denunciamo. La provenienza nazionale di un fondo non basta a giudicarne l’attività. Conta il potere che esercita, la concentrazione che produce e il rapporto che impone ai territori. Anche un capitale italiano può comportarsi come un padrone estraneo alla comunità.
Le oligarchie economiche prosperano dove la politica rinuncia a governare. Quando le istituzioni riducono il proprio compito ad attirare investimenti, ogni altra domanda diventa un ostacolo: chi potrà continuare ad abitare? Quali attività sopravvivranno? Quali vantaggi pubblici giustificano agevolazioni e trasformazioni urbanistiche?
I popoli, le tradizioni e il senso di comunità non sono residui da sacrificare sull’altare della competitività. Sono ciò che rende un territorio qualcosa di più di una superficie acquistabile. Difenderli significa garantire alle persone la possibilità concreta di restare, lavorare e trasmettere una vita ai propri figli.
Come Associazione per la Giustizia e il Diritto Enzo Tortora APS chiediamo politiche abitative che limitino gli effetti della concentrazione immobiliare, tutelino residenti e piccoli proprietari e leghino i benefici pubblici a risultati verificabili per la collettività. Gli investimenti devono rispondere a condizioni pubbliche. Le amministrazioni devono rispondere ai cittadini.
La casa non può diventare il luogo dal quale il mercato ti espelle. E una politica che sa soltanto dire “è il mercato” ha già confessato la propria resa.