Caso Delmastro: le garanzie costituzionali non sono uno strumento di lotta politica
La Camera dei deputati ha respinto la richiesta della Procura di Roma di acquisire le conversazioni tra Andrea Delmastro e Mauro Caroccia. Ma il dibattito parlamentare, invece di concentrarsi sulle garanzie previste dalla Costituzione e dal codice di procedura penale, si è trasformato nell’ennesimo spettacolo di propaganda, accuse reciproche e gesti plateali.
Il punto tecnico, volutamente sommerso dal clamore mediatico, è molto semplice: la richiesta di acquisizione delle chat sarebbe risultata generica, priva di una delimitazione temporale e non adeguatamente motivata sotto i profili della necessità, della selettività e della proporzionalità.
Non si chiedeva, dunque, di acquisire conversazioni determinate perché già ritenute pertinenti a specifici fatti. Si pretendeva di entrare indiscriminatamente in un archivio digitale, nella speranza di trovarvi qualcosa di utile. È il rovesciamento della logica del processo penale: non si individua una prova per poi ricercarla, ma si acquisisce tutto per vedere se, prima o poi, emerga qualcosa.
Una simile richiesta sarebbe problematica anche se riguardasse un comune cittadino e non un parlamentare tutelato dall’articolo 68 della Costituzione. Le garanzie non sono privilegi personali e non dipendono dalla simpatia politica, dalla gravità delle accuse rivolte ad altri soggetti o dalla convenienza del momento: servono a impedire che l’autorità pubblica possa compiere acquisizioni indiscriminate ed esplorative nella vita privata delle persone.
Eppure le opposizioni hanno preferito agitare telefoni e bende, evocare la mafia e rappresentare il diniego della Camera come un ostacolo alle indagini. È riemersa una cultura politica che sembra avere nel sangue il tintinnio delle manette: prima il sospetto pubblico, poi la gogna mediatica e, soltanto eventualmente, la verifica delle regole e dei fatti.
Il garantismo, però, serve proprio quando è più difficile e impopolare praticarlo. Non significa difendere Delmastro, la maggioranza o un partito. Significa difendere il principio secondo cui nessuno può subire un’invasione indiscriminata della propria corrispondenza digitale senza una richiesta specifica, necessaria, proporzionata e adeguatamente motivata.
Non è stata migliore, tuttavia, una parte della maggioranza. Invece di respingere la richiesta nel nome delle garanzie costituzionali valide per tutti, ha risposto alla strumentalizzazione con altra strumentalizzazione o con la difesa di ufficio.
Così il garantismo è stato ancora una volta degradato a tifo di parte: per alcuni le garanzie valgono soltanto per gli amici, per altri soltanto per gli avversari. Ma questo non è garantismo. È appartenenza politica travestita da principio.
La posizione corretta avrebbe dovuto essere una sola: la richiesta della Procura, per come formulata, non offriva garanzie sufficienti e doveva essere respinta. Non perché riguardasse Delmastro, ma perché una richiesta simile non dovrebbe essere accolta nei confronti di nessuno.
La giustizia non può essere una pesca a strascico nei telefoni dei cittadini. E il Parlamento non dovrebbe trasformarsi né in una curva da stadio né in un’aula di tribunale mediatico.
L’Associazione per la Giustizia e il Diritto Enzo Tortora APS e il periodico “Giustizia Giusta” ribadiscono che le garanzie costituzionali si difendono sempre: senza riguardo per il colore politico dell’interessato e senza piegarle alle convenienze della maggioranza o dell’opposizione.