Persona in carrozzina davanti a un varco ZTL chiuso a Roma

Il “clic” della vergogna: Roma scarica sulle persone con disabilità il peso della sua burocrazia digitale

L’amministrazione Gualtieri restringe l’accesso alla ZTL, impone lo SPID e costringe a modificare preventivamente la targa autorizzata. Poi proclama: «Nessuno perde un diritto». Ma un diritto subordinato al funzionamento di un portale non è più un diritto: è una concessione informatica.

Dal 22 agosto, a Roma, per una persona con disabilità non basta più avere regolarmente associato al proprio CUDE un secondo veicolo. Sebbene le targhe autorizzabili siano due — già ridotte dalle precedenti tre — soltanto quella indicata come “principale” può accedere alle Zone a traffico limitato e percorrere le corsie preferenziali.

Se il titolare del contrassegno ha bisogno di utilizzare il secondo veicolo, deve collegarsi preventivamente al portale di Roma Servizi per la Mobilità, autenticarsi mediante SPID o Carta d’identità elettronica e invertire la targa principale con quella secondaria.

Non dopo. Non quando sarà possibile. Prima di entrare.

L’assessore capitolino alla Mobilità, Eugenio Patanè, ha liquidato la questione con una frase destinata a restare come monumento all’arroganza della burocrazia digitale: ogni titolare, ha dichiarato, può decidere «con un clic» quale veicolo utilizzare. «Nessuno resta a piedi, nessuno perde un diritto».

“Con un clic”.

Peccato che quel clic presupponga un dispositivo, una connessione, credenziali SPID funzionanti, la capacità di utilizzarle, la disponibilità del portale e, naturalmente, condizioni fisiche e cognitive compatibili con tutta la procedura. Il cittadino deve entrare nel sito, autenticarsi, attendere che il sistema riconosca il contrassegno, accedere alla sezione corretta, modificare le targhe e verificare che l’operazione sia stata acquisita.

E se il portale è bloccato? Se lo SPID non funziona? Se il titolare non possiede uno smartphone? Se non ha familiarità con gli strumenti informatici? Se la necessità di cambiare automobile nasce all’ultimo momento? Se la persona con disabilità dipende da un familiare, da un accompagnatore o semplicemente dal veicolo disponibile in quel momento?

Per l’amministrazione Gualtieri sono dettagli. Per chi vive la disabilità sono la differenza tra muoversi e restare a casa, tra esercitare un diritto e rinunciarvi, tra attraversare un varco e ricevere una multa.

La libertà di movimento trasformata in una pratica telematica

Il CUDE è personale. Il diritto alla mobilità appartiene alla persona, non all’automobile. Eppure Roma Capitale ha costruito un sistema nel quale quel diritto finisce per dipendere dalla targa che, in quel preciso momento, risulta selezionata all’interno di una banca dati.

La persona può essere legittimamente a bordo. Il contrassegno può essere valido. La seconda targa può essere regolarmente registrata. Ma se non è stata preventivamente promossa al rango informatico di “principale”, il sistema non la riconosce come autorizzata.

È il trionfo della forma sulla sostanza: la persona ha il diritto, ma la macchina non lo sa. E poiché, nella Roma amministrata da Gualtieri, sembra essere la macchina a decidere, il cittadino rischia la sanzione.

Non si tratta di essere contrari ai controlli contro gli abusi. Gli abusi devono essere individuati e sanzionati, anche severamente. Ma contrastare gli illeciti non significa rendere più difficile la vita a decine di migliaia di titolari legittimi. L’amministrazione avrebbe potuto sviluppare un sistema capace di verificare l’uso contemporaneo delle targhe, rafforzare i controlli mirati o predisporre strumenti realmente accessibili. Ha preferito, invece, adottare la soluzione più comoda per l’apparato: trasferire l’onere sul cittadino disabile.

La comodità dell’amministrazione viene prima dell’autonomia della persona.

“Nessuno perde un diritto”: lo slogan che nega la realtà

Affermare che «nessuno resta a piedi» non dimostra attenzione verso le persone con disabilità. Dimostra, al contrario, l’incapacità di comprendere le conseguenze concrete di una decisione presa da una scrivania.

Formalmente il diritto non è cancellato. Viene soltanto circondato da autenticazioni, credenziali, connessioni, portali, appuntamenti e procedure. Ed è proprio così che oggi si comprimono i diritti senza avere il coraggio di negarli apertamente: non li si abolisce, li si rende più difficili da esercitare.

Chi è autonomo, tecnologicamente preparato e dispone di strumenti adeguati riuscirà forse a completare l’operazione. Chi è anziano, solo, fragile o poco digitalizzato dovrà chiedere aiuto, rinviare lo spostamento oppure rinunciarvi.

Questa non è semplificazione. È selezione.

Non è inclusione. È una barriera digitale costruita dall’istituzione che dovrebbe rimuovere le barriere.

E quando il portale non funziona, la discriminazione diventa persino grottesca: l’amministrazione impone il canale telematico, ma non è in grado di garantirne l’efficienza. Il cittadino, però, resta responsabile. Il terminale pubblico può bloccarsi; il diritto privato, invece, deve attendere. E magari la contravvenzione arriva puntuale, molto più puntuale del servizio.

La città “intelligente” che chiede ai fragili di adattarsi alle sue macchine

Da anni ci raccontano la favola della città connessa, digitale, sostenibile e “intelligente”: varchi elettronici, piattaforme, identità digitali, banche dati e procedure automatizzate. Tutto dovrebbe rendere la vita più semplice.

Ma una città non diventa intelligente perché moltiplica sensori e portali. Lo diventa quando usa la tecnologia per risolvere i problemi delle persone.

Quando, invece, è il cittadino a doversi adattare alla piattaforma; quando un diritto dipende da una connessione; quando l’accessibilità viene confusa con la disponibilità di una pagina web; quando chi non possiede competenze digitali viene trattato come un inconveniente statistico, quella non è innovazione.

È vecchia burocrazia travestita da modernità.

Dietro la retorica rassicurante della digitalizzazione si delinea una città sempre più governata da automatismi: apparentemente efficiente per chi progetta il sistema, spesso ostile per chi deve subirlo. Una città nella quale l’essere umano deve dimostrare continuamente alla macchina di avere diritto a esistere, passare, sostare e muoversi.

E chi non riesce a farlo resta fuori.

L’amministrazione ritiri o corregga immediatamente la procedura

Roma Capitale deve garantire che entrambe le targhe regolarmente associate al CUDE possano essere utilizzate senza costringere il titolare a una preventiva inversione telematica, individuando modalità di controllo che non scarichino sulle persone con disabilità il peso dell’inefficienza amministrativa.

Nel frattempo dovrebbe essere prevista almeno una fase senza sanzioni, con annullamento automatico dei verbali quando sia dimostrata la presenza a bordo del titolare del contrassegno e l’avvenuta registrazione della targa come secondaria.

Occorrono inoltre canali alternativi realmente immediati, assistenza telefonica efficace e una procedura utilizzabile anche da una persona delegata. Una PEC, una e-mail o un appuntamento allo sportello non costituiscono alternative adeguate quando lo spostamento deve avvenire nell’arco di pochi minuti.

L’amministrazione Gualtieri smetta quindi di celebrare il proprio “clic” e cominci ad ascoltare chi quel clic non può farlo, non sa farlo o tenta inutilmente di farlo davanti a un portale bloccato.

Perché la civiltà di una città non si misura dal numero dei suoi varchi elettronici, ma dalla libertà che riesce a garantire alle persone più fragili.

E un diritto che funziona soltanto quando funziona il server non è un diritto digitale.

È un diritto sotto sequestro.

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