Verona-Vicenza: vietare non significa garantire sicurezza
In Italia le Prefetture e gli organismi preposti all’ordine pubblico sembrano ormai aver sostituito la capacità di gestire gli eventi con la soluzione più semplice: vietare tutto il vietabile.
Non si pianifica, non si organizzano servizi adeguati, non si individuano e colpiscono i singoli responsabili. Si preferisce impedire a migliaia di cittadini di assistere a una partita, trattandoli preventivamente come potenziali delinquenti. Una scelta che, in alcuni casi, assume contorni persino ridicoli, con divieti estesi, limitazioni contraddittorie e provvedimenti adottati all’ultimo momento, quando qualsiasi ricorso diventa materialmente impossibile.
Il confronto con l’estero è impietoso. Nello stesso fine settimana in cui in Inghilterra si giocherà Millwall-West Ham con il settore ospiti regolarmente aperto, in Italia non si riesce — o non si vuole — garantire la presenza dei tifosi del Vicenza a Verona. Eppure tessere del tifoso, fidelity card, biglietti nominativi, telecamere e strumenti di identificazione avrebbero dovuto consentire una gestione più efficace e una responsabilità realmente individuale.
Se, nonostante tutti questi strumenti, l’unica risposta resta il divieto collettivo, allora il problema non sono soltanto i tifosi: è l’incapacità delle istituzioni competenti di svolgere fino in fondo il proprio lavoro.
Vietare non significa garantire sicurezza. Molto spesso significa semplicemente rinunciare a organizzarla.
Il risultato è un calcio sempre più povero, stadi svuotati della loro passione e migliaia di persone corrette punite per fatti che non hanno commesso. Verona-Vicenza sarà l’ennesimo derby amputato dalla burocrazia e dall’inadeguatezza di chi, anziché amministrare l’ordine pubblico, preferisce cancellare il problema con un tratto di penna.