La mafia dell’antimafia. Quando il certificato di legalità diventa uno scudo

C’è un’antimafia che indaga. E c’è un’antimafia che pretende di stabilire chi abbia il diritto di fare domande. La prima cerca prove. La seconda esibisce curriculum, distribuisce patenti morali e considera ogni critica un’aggressione alla propria storia. È quando la lotta alla criminalità diventa una posizione di potere, da difendere anche contro le verifiche, che noi parliamo di «mafia dell’antimafia»: una denuncia politica delle logiche di chiusura e autoprotezione, non l’attribuzione di un’appartenenza criminale.

Il provvedimento del gip di Caltanissetta Santi Bologna sul filone “mafia e appalti” obbliga a discutere proprio questo problema. Il giudice dispone l’archiviazione dell’indagine contro ignoti sulle stragi, non avendo individuato elementi probatori sufficienti per iscrivere magistrati o esponenti politico-imprenditoriali come concorrenti negli eccidi. Ma nella motivazione formula rilievi durissimi sulla gestione delle indagini e sulle successive ricostruzioni. Nessuna condanna penale. Nessuna ragione, però, per fingere che quei rilievi non esistano.

L’articolo de Il Dubbio ricostruisce il nodo: l’interesse di Falcone e Borsellino per il sistema degli appalti, le informazioni disponibili, la richiesta di archiviazione del luglio 1992 e le versioni fornite negli anni dai magistrati coinvolti. Secondo i passaggi del decreto riportati dal quotidiano, Borsellino non sarebbe stato informato della richiesta di archiviazione; alcune ricostruzioni successive vengono giudicate inattendibili o contraddette dagli atti.

Qui non basta ripararsi dietro il prestigio di una carriera. Le date si confrontano. I documenti si leggono. Le dichiarazioni si verificano. La reputazione di chi parla non può prendere il posto della prova.

Poi c’è Roberto Scarpinato. Nell’agenzia Adnkronos del 3 ottobre, il gip distingue l’opportunità politica di concordare domande prima di un’audizione da ciò che ritiene doveroso segnalare: un’«attività depistante» nei confronti di Gioacchino Natoli, riferita alla conversazione del 18 gennaio 2024. Il testo de Il Dubbio descrive la valutazione del giudice come un tentativo di orientare la ricostruzione della riunione del 14 luglio 1992 in senso favorevole a chi aveva firmato la richiesta di archiviazione.

È un rilievo che investe un punto essenziale: chi siede nella Commissione chiamata a ricostruire i fatti può essere, contemporaneamente, interessato a difendere la propria versione di quei fatti? Quali cautele vengono adottate? Chi verifica che l’attività parlamentare serva ad accertare e non a consolidare racconti già contestati?

Scarpinato respinge la valutazione del gip. Sostiene di aver sollecitato Natoli a riferire una circostanza vera, già appresa da lui, e denuncia di non aver potuto esercitare il contraddittorio. La sua replica va riportata e valutata: non è indagato e quei rilievi non costituiscono una condanna per depistaggio. Il garantismo vale anche per lui, senza esitazioni.

Ma il garantismo non comporta l’immunità dalla critica. Il diritto di difendersi non elimina il dovere politico di rispondere. Per contestare una motivazione giudiziaria servono documenti, argomenti e confronti puntuali. Invocare la propria storia o denunciare un attacco non risolve le contraddizioni indicate dal giudice.

È questo il doppio standard che rifiutiamo. Nessuno può pretendere che una contestazione distrugga la credibilità degli altri e diventi irrilevante quando riguarda lui. Le garanzie devono valere per tutti; anche la verifica delle affermazioni deve valere per tutti.

C’è poi la memoria di Falcone e Borsellino. Nel decreto, secondo il resoconto dell’ANSA, il gip descrive l’ostilità e l’emarginazione in cui operarono e contesta la rappresentazione di un Falcone estraneo all’approfondimento del dossier. Sono valutazioni che richiedono un confronto serio con gli atti. Non possono essere liquidate mentre, nelle cerimonie, si continua a celebrare proprio il loro rigore investigativo.

I morti non possono correggere chi ne ricostruisce le intenzioni. Per questo le carte devono pesare più delle commemorazioni.

Come Associazione per la Giustizia e il Diritto Enzo Tortora APS chiediamo che la Commissione antimafia affronti pubblicamente questi rilievi, acquisisca e confronti gli atti pertinenti e valuti il problema di chi contribuisce a un’indagine parlamentare su vicende nelle quali ebbe un ruolo personale. Chiediamo risposte verificabili, senza assoluzioni politiche preventive e senza processi mediatici.

La formula «mafia dell’antimafia» denuncia una degenerazione precisa: trasformare una funzione pubblica in un’autorità morale sottratta al controllo. Combatterla significa difendere l’antimafia che lavora, verifica e accetta di essere verificata.

La legalità non è una decorazione da appuntarsi al petto. È una regola alla quale sottoporsi. Soprattutto quando le domande riguardano noi.

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