Infamia processuale o vendetta ideologica?
Otto anni e sette mesi a Giuliano Castellino. Otto anni e sei mesi a Roberto Fiore e Luigi Aronica. Otto anni e due mesi a Luca Castellini, Salvatore Lubrano, Lorenzo Franceschi e Pamela Testa. Sette condanne confermate. Sette persone e le loro famiglie davanti a pene che impongono una domanda: si stanno misurando responsabilità individuali o si vuole impartire una lezione politica?
Per noi è una domanda che non può essere soffocata dagli applausi alla sentenza. La giustizia non acquista credibilità perché colpisce persone invise alla maggioranza. La perde quando il pubblico pretende che l’identità degli imputati basti a rendere indiscutibile la loro punizione.
Infamia processuale o vendetta ideologica? È il nostro giudizio politico su una risposta sanzionatoria che riteniamo sproporzionata. Un giudizio che intendiamo sostenere discutendo fatti, responsabilità e motivazioni, senza inchinarci al prestigio della toga.
Secondo la documentazione richiamata a sostegno di questo comunicato, una prima richiesta risarcitoria della CGIL quantificava i danni periziati in circa 17.000 euro. Non è l’importo complessivo definitivo, né da solo esaurisce la valutazione dei fatti. Ma è un elemento concreto che merita spiegazioni, soprattutto davanti a condanne superiori agli otto anni. Non basta pronunciare la parola “devastazione” perché ogni domanda sulla proporzione diventi illegittima.
Il concorso morale, poi, non può diventare una rete tanto larga da raccogliere tutto: presenza, appartenenza, notorietà, ruolo politico. Se viene contestato un contributo alla condotta altrui, quel contributo deve essere provato nella sua consistenza e nei suoi effetti. La formula giuridica non può fare il lavoro che spetta alla dimostrazione.
La magistratura risponda attraverso motivazioni verificabili: quale condotta viene attribuita a ciascuno? Quale contributo è stato accertato? Quale elemento distingue una posizione dall’altra? Come si arriva, per sette persone diverse, a pene di questa entità?
E l’ordine pubblico? Chi risponde delle scelte compiute quel giorno?
Il conto delle responsabilità non può fermarsi davanti alla porta del Viminale. Nell’informativa parlamentare del 19 ottobre 2021, la ministra Lamorgese confermò la presenza di agenti Digos in borghese con compiti di osservazione, monitoraggio e mediazione. Gli apparati erano dunque dentro la manifestazione. Eppure il dispositivo non riuscì a impedire che una parte del corteo raggiungesse e violasse la sede della CGIL.
Questo fallimento esige spiegazioni. Quali informazioni arrivavano dagli operatori sul posto? Quando fu valutato il rischio per la sede sindacale? Quali ordini furono impartiti e quali misure furono predisposte? Chi aveva il compito di prevenire deve rispondere delle proprie decisioni, non limitarsi a indicare chi dovrà essere punito dopo.
La presenza di personale in borghese non dimostra, da sola, una provocazione organizzata. Ma rende ancora più necessario ricostruire attività, comunicazioni e interventi. La spiegazione ufficiale dei loro compiti deve essere verificabile, come ogni altra ricostruzione di quella giornata.
Le eventuali responsabilità di chi gestì l’ordine pubblico non cancellano quelle dei manifestanti. Ma vale anche il contrario: le condanne dei manifestanti non possono diventare l’assoluzione politica automatica di chi dirigeva il dispositivo di sicurezza.
Troppo comodo celebrare la durezza delle pene e lasciare fuori dal dibattito le decisioni dei vertici. Chiediamo che anche quelle siano sottoposte a un esame pubblico e documentato. La responsabilità non può essere inflessibile in piazza e impalpabile nelle stanze del comando.
Non chiediamo indulgenza per gli amici. Contestiamo la severità che pretende di sottrarsi al controllo perché esercitata contro gli avversari.
C’è un garantismo da salotto che si indigna quando il carcere riguarda persone rispettabili e si volta dall’altra parte quando riguarda gli “impresentabili”. C’è una retorica democratica che difende il dissenso finché resta educato, innocuo e politicamente compatibile. Poi compaiono gli eretici e le garanzie diventano un fastidio.
Noi quel garantismo a tessera non lo riconosciamo.
I fatti del 9 ottobre devono essere giudicati per ciò che ciascuno ha commesso e per ciò che le prove dimostrano. L’irruzione e i danneggiamenti non diventano leciti perché avvenuti durante una protesta. Ma la protesta contro le restrizioni pandemiche non può trasformarsi in un’aggravante politica non scritta. Nessun tribunale deve regolare i conti con quella stagione di dissenso.
È contro questa possibile contaminazione tra giudizio e ostilità ideologica che rivolgiamo la nostra denuncia. Una magistratura che si lasciasse guidare dall’esigenza di punire un ambiente politico tradirebbe la propria funzione. Non sarebbe più un argine all’arbitrio: ne diventerebbe lo strumento.
E sia chiaro: l’indipendenza della magistratura non è il diritto a non essere criticata. La toga non conferisce infallibilità. La conferma in appello non trasforma una decisione in un dogma. Chi esercita il potere di sottrarre anni di libertà deve accettare il controllo più rigoroso, non pretendere deferenza.
Esprimiamo solidarietà a tutti i condannati e alle loro famiglie. Sosteniamo la loro battaglia giudiziaria per ottenere una verifica delle responsabilità e delle pene. Non li abbandoniamo alla solitudine, alle etichette e al compiacimento di chi scambia il carcere altrui per una vittoria della propria parte.
Sette persone non possono diventare il conto presentato a un’intera piazza. La giustizia deve giudicare responsabilità individuali. Quando pretende di impartire lezioni politiche, è la giustizia stessa a dover essere chiamata a rispondere.
Associazione per la Giustizia e il Diritto Enzo Tortora APS