Lavoratori davanti ai cancelli chiusi del birrificio di Borgorose al tramonto

Birra del Borgo: quando un territorio perde il controllo del proprio futuro

La vicenda di Borgorose mostra il lato più duro della globalizzazione: si acquista un’eccellenza locale, se ne porta il controllo lontano da chi l’ha costruita e, quando i conti non tornano, si presenta la chiusura come inevitabile.

A Borgorose gli impianti di Birra del Borgo sono fermi e 27 lavoratori rischiano il posto. Per loro non è una questione di «razionalizzazione»: significa stipendi che possono sparire, mutui da pagare e famiglie costrette a chiedersi se potranno ancora vivere nel proprio territorio.

Birra del Borgo è nata nel 2005 ed è diventata un simbolo della birra italiana. Nel 2016 è stata acquistata dalla multinazionale AB InBev. Dieci anni dopo, il gruppo ha avviato la procedura per cessare l’attività, richiamando le perdite economiche. Ma un bilancio non cade dal cielo: è anche il risultato delle decisioni prese da chi governa un’impresa.

I lavoratori sostengono che Birra del Borgo abbia perso nel tempo le proprie funzioni di marketing e vendita, finendo nella rete commerciale generale del gruppo, insieme a marchi con volumi e logiche molto diversi. Sollevano inoltre dubbi sui margini riconosciuti allo stabilimento per i prodotti ceduti alla casa madre. Sono contestazioni che chiedono risposte documentate. Prima di dire che un’attività non può sopravvivere, bisogna spiegare quali strumenti le siano stati lasciati per vendere e crescere.

Noi vediamo in questa vicenda quello che chiamiamo diritto coloniale dell’economia globalizzata: il potere di acquisire il valore creato da un territorio e poi decidere altrove che quel territorio può farne a meno. È una denuncia politica, non un’accusa di illecito. Il risultato, però, è concreto: il marchio può sopravvivere nei cataloghi e sugli scaffali, mentre la fabbrica che gli ha dato origine rischia di scomparire.

C’è anche una questione di qualità del prodotto. Una birra nata dalla ricerca, dalla sperimentazione e dal rapporto diretto con chi la produce non può essere trattata come una voce intercambiabile in un portafoglio di grandi marchi. Se si allontanano marketing e vendite dal birrificio, se chi produce perde il contatto con i locali e con i clienti, se le scelte vengono guidate soprattutto dai volumi e dai margini, si indeboliscono proprio le condizioni che hanno reso quel prodotto riconoscibile. Non affermiamo che la qualità di Birra del Borgo sia già peggiorata: denunciamo il rischio che la standardizzazione finisca per impoverire prodotti nati per essere diversi. Una medaglia può riconoscere il lavoro dei birrai; non può, da sola, proteggerli dalle scelte della proprietà.

È questo il paradosso che la politica dovrebbe avere il coraggio di affrontare. Si celebra il Made in Italy nelle campagne pubblicitarie e ci si intesta un Ministero, ma che valore ha quella formula se un’eccellenza può perdere la produzione, le competenze e i posti di lavoro nel luogo in cui è nata? Difendere un nome italiano senza difendere chi lo ha costruito non basta.

A Messina, dopo una lunga e difficile vicenda industriale, quindici ex lavoratori hanno scelto di ripartire: hanno fondato un nuovo birrificio cooperativo e dato vita anche alla Birra dello Stretto. Non hanno semplicemente cambiato l’insegna alla vecchia fabbrica. Hanno usato il proprio mestiere per costruire una nuova impresa. Ci auguriamo che i lavoratori di Borgorose possano avere una possibilità analoga. Ma una cooperativa non nasce con gli applausi ai presìdi: servono informazioni, condizioni di cessione chiare, tempo, credito e un piano industriale sostenibile.

Chiediamo alla Regione Lazio, al Governo e alle istituzioni locali: che cosa intendete fare, concretamente, per impedire che Borgorose perda questa produzione? Quali strumenti metterete a disposizione dei lavoratori? Quali impegni chiederete alla proprietà? Entro quali tempi?

Nelle aree interne la perdita di una fabbrica non si compensa facilmente. Ogni posto di lavoro che scompare può diventare una famiglia che parte, un giovane che non torna, un paese che si svuota un po’ di più. Parlare di lotta allo spopolamento mentre si lasciano morire le attività produttive è una contraddizione che non accettiamo.

La globalizzazione non può funzionare così: il valore e il marchio viaggiano, mentre ai territori restano i cancelli chiusi. A Borgorose non servono altre dichiarazioni di solidarietà. Servono risposte, responsabilità e una possibilità reale di continuare a produrre.

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